Sono appena tornato dal Marocco, un mondo fantastico, luoghi incantati dei quali mi sono innamorato. Senza annoiarvi troppo vi racconto qualcosa.
Ieri già in aereo, mi mancavano l’odore delle spezie, i profumi delle medine, il pane caldo di Marrakesh, i sorrisi dei bambini marocchini…Sono stato a Fez, Meknes, Rabat, Casablanca e Marrakech, volevo vedere anche il deserto ma era troppo lontano.
C’è tanto da vedere, è un paese che stupisce, la povertà è tanta, ma quando la gente ti guarda e con una giacca tutta strappata, una scarpa di un colore e una di un altro, ti dice “siamo poveri di tasca ma ricchi di cuore” capisci che è un popolo ricco di generosità, di calore, che ha bisogno di poco e che senza i nostri agi riesce a vivere felice. Non dimenticherò mai una bambina a Marrakesh che mi ha inseguito per strada chiedendomi un’albicocca secca, dopo si è avvicinata alla mamma e le ne ha data metà. E non dimenticherò mai nemmeno la dolcezza con la quale l’ultima sera, girando per strada con Anna, ho diviso in due un pezzo di pane caldo pagato due centesimi e l’ho mangiato con lei. E’ stato bello, regalarsi davvero con poco una incredibile sensazione di felicità e amore…Anche questo è il Marocco…
Le cinque città sono le città imperiali, sedi dei palazzi del re, che spesso sta a Rabat, ma che si muove in tutte le sue dimore, i palazzi sono imponenti, tutte le porte dorate luccicano da lontano e ogni mattina giovani operai le lucidano con succo di limone e tanta fatica. Nelle medine, fatte di vicoli, viuzze e stradine non più larghe di un metro si trova di tutto, saponi, oli, galline, lana, ceramiche, cuscus, tappeti, gioielli, pentole, farina, sciarpe, pietre, mandorle, pane. Ogni piccola bottega è un piccolo emporio e quando cammini a piedi, tutti ti riconoscono forestiero, tutti cercano di comprare la tua attenzione con l’offerta migliore e cercano di venderti di tutto, vendite che finiscono sempre in allegoriche trattative dalle quali si esce quasi sempre contenti. Mi viene in mente l’acquisto dei tappeti a Meknes, che è stata una vera e propria opera teatrale. Siamo rimasti almeno tre ore in un negozio all’interno della medina, un venditore gentilissimo ci ha mostrato decine di tappeti, tutti fatti a mano, di migliaia di colori, tutti di tessuti diversi, uno più bello dell’altro. Nel frattempo ci ha offerto il tè, ci ha raccontato della sua storia, della vita in Marocco, della storia dei suoi tappeti. Alla fine, non abbiamo resistito alla tentazione e ne abbiamo presi tre, uno a testa io, Ivan e Anna. Il mio è arancione, di lana, fatto 43 anni fa. Il problema è stato fare il prezzo. E’ cominciata una odissea tra rialzi, ribassi, cambi, pagamenti con carte e contanti, che alla fine non si è capito più nulla, abbiamo solo capito che per una novantina di euro a testa avevamo dei bei tappeti di infilare in valigia e portare a casa.
Per il resto tutto quello che c’è da vedere si trova sulle guide, lo si può leggere, quello che invece non si può mai immagine è quello che succede in piazza Jama‘a el-Fnaa a Marrakech, un luogo immenso, spazio aperto, piazza, agorà d’incontri che cambia faccia da mattina a pomeriggio, da pomeriggio a sera, sempre strapopolata, una babele di luci, suoni, odori. In un’unica parola mitica. Allo stesso modo della Medina di Fez. Quando con i miei tre compagni di viaggio ci siamo ritrovati soli di notte li, ho avuto paura, c’erano dei giovani che respiravano la colla, ci hanno guardato, c’erano degli uomini che mangiavano pane, qualcuno buttato a terra, qualche altro che ancora lavorava, man man che camminavamo verso il nostro albergo, andavamo a passo sempre più svelto, quei tipi ci insospettivano, poi ci siamo quasi fermati, ci siamo guardati e pensando un attimo, ci siamo rassicurati a vicenda, infondo tutti erano buoni ai loro posti, ci siamo tranquillizati e in pochi minuti ritrovata la familiare facciata bianca del nostro ryad ci siamo infilati dentro buttandoci la paura alle spalle. Un’esperienza strana, adrenalinica, personalmente non avevo mai avuto così tanto timore che potesse succedermi qualcosa, non consiglierei mai a nessuno di camminare a piedi in quei vicoli bui, però quando dopo ci ripensavo a letto, dentro di me ero emozionato e anche tanto divertito per l’incosciente passeggiata.
E’ stato davvero un grande viaggio, il contatto con il popolo marocchino è stato positivo, non pensavo fossero così ospitali. Mi ricordo a Rabat, pioveva, siamo arrivati alle 23 alla stazione degli autobus, non credevamo fosse così fuori città, non sapevamo come arrivare al centro, niente taxi, niente mezzi pubblici, niente di niente, una stazione, qualche pullman una triste biglietteria chiusa, qualche passeggero che era con me in autobus, e poi la desolazione. Abbiamo provato a chiedere a qualcuno, ma niente, nessuno che parlasse italiano, inglese o francese. Solo arabo. Che fare? Quando pensavamo di passare la notte li, un signore che prima aveva viaggiato con noi nel pullman ci ha fatto capire a gesti che stava aspettando il fratello che sarebbe venuto a prenderlo e che avrebbe potuto accompagnarci. Io ho accettato. Quando ho visto il camioncino di quarta mano con la scritta “Panorama Lux trasporti” dentro di me ho riso e ho pensato a come ci saremmo sistemati…In due secondi ho saputo la risposta. Noi dietro, nel cassone posteriore, lui avanti. Al freddo e alla pioggia, dopo mezz’ora tra i vialoni pieni di palme di Rabat siamo arrivati in albergo, anche quella sera per fortuna abbiamo dormito al caldo…
Questo è il Marocco, insomma, e questa è stata la nostra vacanza, un insieme di piccole e straordinarie esperienze che consiglierei davvero a tutti di fare, magari con una puntatina alle montagne dell’Atlante su una pista da sci o qualche notte nel deserto…
Tratto da: “Diario di viaggio - Domenico Tafuri - dicembre 2008”
Imperial Cities of Morocco
Morocco
November 2008